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STRATEGIE EDUCATIVE PER LA RISOLUZIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI

Autore: Elena Mazzanti


Il testo che segue è tratto dalla tesi di laurea che ho svolto sul tema dell'educazione alla pace: pur non entrando nello specifico dell'ambito sportivo, ritengo che alcuni spunti teorici possano costituire un valido elemento di riflessione per chi si occupa di sport. Sempre più spesso infatti ci si trova a dover affrontare problemi legati alla violenza, all'eccessiva competitività, ecc.; agonismo => competitività => conflitto sono elementi strettamente correlati: per educare ad un sano ed equilibrato concetto dello sport come momento sociale è importante prendere consapevolezza dei meccanismi costitutivi di tali elementi riflettendo, per contrasto sui concetti di Pace intesa come "azione" e di educazione alla pace. Nel testo che segue si fa ampio riferimento alla pubblicazione "Bambini e nonviolenza" di Silvia Bonino (EGA,Torino, 1987).

Individuare strategie educative di soluzione nonviolenta dei conflitti non è cosa semplice forse anche perché, se pur inconsciamente, è ancora ben radicata dentro di noi la convinzione che la violenza sia una tendenza connaturata nell'animo umano. In questa visione la nonviolenza è giudicata un'utopia, un'illusione cui solo i sognatori, e non le persone pragmatiche, possono abbandonarsi: in realtà, per quanto difficile, credo che la pace sia oggi meno impossibile di ieri, ma è necessario assumere un atteggiamento di responsabilità e arrivare a comprendere veramente che cosa sia la "Pace". Certamente pace tra i popoli e le nazioni; ma essa è anche pace all'interno delle nazioni, tra i gruppi sociali, nelle città e nelle famiglie, là dove la gente vive e lavora e trascorre la sua vita.
La pace si impara o meglio si vive: a tale proposito molte sono le strade e istituzioni (primariamente la famiglia e la scuola, ma nono solo) in cui è possibile una educazione alla pace.
Preliminare a qualsiasi riflessione sull'educazione alla pace, credo che sia la ricerca e la definizione del concetto stesso di pace che non può più limitarsi ad una semplice assenza di guerra. Molti sono gli autori che fanno riferimento ad un concetto di pace assai più ampio e comprensivo. Galtung introduce la distinzione fra pace positiva e pace negativa "intendendo con quest'ultima la semplice assenza di guerra o di violenza personale e diretta sugli individui, e con l'altra l'assenza di ogni forma di violenza strutturale, di quella violenza cioè, più o meno nascosta, subdola, indirettta, ma non per questo meno grave o lesiva, che caratterizza i rapporti sociali ed economici, che opprime l'individuo, viola i diritti fondamentali e impedisce di esprimere pienamente le potenzialità personali. In definitiva la pace positiva coincide con l'assenza di ingiustizia sociale e più in generale, di sfruttamento umano. (...) Una volta accettata la distinzione proposta da Galtung, i destinatari di una ricerca scientifica sulla pace, che assuma come proprio campo di indagine la pace positiva, non sarebbero più soltanto gli uomini di governo, i diplomatici e in generale coloro che devono prendere decisioni, ma tutti coloro che sono interessati al cambiamento sociale (...)" (1).
Una definizione di pace intesa come "pace positiva" pone inevitabilmente delle conseguenze relative al concetto stesso di "educazione alla pace". Tale concetto assume diversi significati: educare alla pace è anche conoscere il punto di vista delle altre culture, è capacità di ognuno di divenire soggetto attivo, solidale, responsabile, che costruisce in prima persona la pace. L'educazione alla pace si configura come l'educazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. Dunque per educare alla pace bisogna educare al conflitto: alla sua conoscenza e comprensione, alla conoscenza e al padroneggiamento dei metodi di risoluzione degli stessi.
Ricordando quanto afferma la Bonino, nella prospettiva della pace positiva la finalità principale da raggiungere è quella della formazione di una "personalità nonviolenta, creativa e collaborativa la sola capace di garantire la pace sia tra le nazioni che tra i gruppi sociali nella vita quotidiana. Infatti le conoscenze finora acquisite sulla genesi dei comportamenti aggressivi e competitivi indicano che vi è continuità tra i comportamenti microsociali e macrosociali. Ciò significa che non è possibile educare alla pace semplicemente parlando di pace, o proponendo un ideale e una strategia di pace relativi ai rapporti tra le grandi realtà, senza intervenire anche nel concreto delle relazioni sociali che il bambino vive nella quotidianità della sua vita. Infatti (...) l'educazione alla pace passa attraverso la costruzione di una personalità nella quale prevalgano gli atteggiamenti positivi di cooperazione anziché di competizione, antagonismo, prevaricazione. Questi atteggiamenti si costruiscono prima di tutto nell'età evolutiva, nel microcosmo della vita quotidiana, e vengono in seguito utilizzati nella vita sociale e trasferiti nelle relazioni tra i popoli. L'atteggiamento nonviolento, e ancor più quello collaborativo, sono abiti che si possono indossare nelle occasione pubbliche solo se già si utilizzano in quelle private. Per queste ragioni è indispensabile affrontare questo tema soprattutto nell'infanzia, quando l'essere umano è nella fase di maggiore plasticità e quando si costruiscono le fondamenta della personalità dell'uomo adulto".
Da queste riflessioni risulta la necessità di un progetto di educazione alla pace che tenga conto della persona nella sua integralità per formare un "uomo nonviolento". Il fine dell'educazione alla pace non è tanto quello di trasmettere molte cose (dati, nozioni, statistiche, ecc.) sul tema della pace e della guerra, dell'ordine e del conflitto, della giustizia e dell'oppressione, quanto piuttosto quello di affermare un nuovo modo di pensare e di agire ispirato ai valori della nonviolenza, del riconoscimento e della valorizzazione della differenza e dell'alterità dei popoli e degli individui.
E' necessario quindi che l'educazione si orienti a fare della pace positiva un atteggiamento permanente di relazione e di vita. In un itinerario di educazione alla pace definire specifici obiettivi significa individuare atteggiamenti di fondo da formare nel soggetto, quali ad esempio: la disponibilità al dialogo e all'incontro-confronto con gli altri; la tolleranza intesa positivamente come accettazione e valorizzazione delle differenze; la nonviolenza come "istinto culturale"; la disobbedienza creativa di fronte all'ingiustizia e all'oppressione; la solidarietà; la cooperazione; la visione "cosmica"della realtà umana, una visione cioè che lega ogni individuo con tutti gli altri uomini come membri di un'unica specie umana e abitanti dell'unico mondo; la fiducia in sé e negli altri; la creatività e progettualità; la responsabilità.
Occultare il conflitto e la violenza significherebbe offrire la migliore garanzia alla riproduzione del conflitto stesso e della violenza. Non è tanto il conflitto che deve essere eliminato quanto la sua modalità di risoluzione distruttiva. Idea chiave è che occorra formare capacità di relazionarsi in maniera nonviolenta con il conflitto. Dunque l'educazione al conflitto è educazione alla pace e l'educazione alla pace diventa, in prospettiva, educazione alla nonviolenza. "La nonviolenza viene spesso associata alla passività, all'essere carini e si finisce per dover essere o un martire o uno che si lascia camminare sulla testa. Ma non è questo che si intende per non violenza. Si parla invece di azione nonviolenta, dei modi in cui bambini e adulti possono affrontare i problemi e le loro soluzioni senza per questo arrecare ad altri alcun danno fisico o morale. (...) Dunque la nonviolenza non si configura come resa o passiva rassegnazione ma come combattività non distruttiva che esprime la volontà di realizzazione dell'uomo come essere autonomo nel rispetto però dell'integrità dell'altro. E poiché l'aggressività può trasformarsi in distruttività, ecco la necessità di una metodologia nonviolenta, che impedisca sì la distruttività, ma salvaguardi alla stesso tempo la combattività umana.".
L'aggressività nell'età evolutiva lascia via via il posto, nel corso di uno sviluppo normale a comportamenti più evoluti e complessi, sempre più simbolici e sempre meno senso motori, cui essa finisce per fornire solo la spinta attiva al superamento e alla risoluzione dei problemi, ma che non hanno più le caratteristiche di attacco diretto. Dunque esistono altre possibilità per l'uomo di risolvere i conflitti, di difendersi e di affermarsi, e tali possibilità vanno ricercate nell'individuazione di metodologie e strategie che investono il livello cognitivo, affettivo ed etico-politico, per arrivare a costruire rapporti fondati sulla nonviolenza. In un progetto di educazione alla pace di fondamentale importanza risultano essere la valorizzazione, la condivisione, la risoluzione dei conflitti, la cooperazione. La valorizzazione è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione perché genera sicurezza. Per aiutare il bambino ad avere una buona sicurezza bisogna in primo luogo valorizzarlo, cioè riconoscere ed apprezzare le qualità positive che possiede, aiutando il bambino stesso a conoscersi. La valorizzazione aiuta il bambino ad avere fiducia in sé e gli consente di superare senza timore, e perciò senza mobilitare aggressività difensiva, gli ostacoli, gli insuccessi, le frustrazioni. Valorizzare non significa evitare di riconoscere gli errori, ma aiutare il bambino a credere nella propria capacità di risolvere le difficoltà che incontra nella realtà ed anche in se stesso.
Creare un clima di condivisione ci aiuta ad esercitare le nostre capacità di comunicare e di ascoltare. Condividere gli stati d'animo, le esperienze, le informazioni e le idee, ci porta a spezzare quel forte senso di solitudine e di isolamento tipico della nostra cultura, senza il quale possiamo collaborare per risolvere i problemi comuni e per superare i conflitti. Uno dei più potenti inibitori dell'aggressività risulta essere l'identificazione con l'altro che ci permette di riconoscere nella persona che abbiamo di fronte un nostro simile, qualcuno che è come noi. Ma l'identificazione e la conseguente capacità di vivere un rapporto empatico non ha solo una funzione di inibizione dell'aggressività; essa ha una funzione attiva e positiva di promozione del comportamento collaborativo e prosociale. Facilitare l'identificazione e il conseguente rapporto empatico significa facilitare la comunicazione intesa sia come capacità di esprimere se stessi in modo da facilitare la comprensione agli altri, sia come capacità di capire meglio gli altri e i loro messaggi.
L'aggressività è la risposta comportamentale ad una situazione conflittuale più immediata, più primitiva, ma non certo la più creativa. Ciò che differenzia l'uomo dagli animali e lo caratterizza è la sua capacità simbolica e rappresentativa alla quale sono correlate le risposte più creative come di fatto sono le soluzioni cooperative. Cooperare significa trovare una strada comune che tenga conto delle esigenze di tutti nella soluzione di una situazione conflittuale. Tale soluzione va pensata, rappresentata, inventata dopo un'analisi della situazione stessa. La ricerca di soluzioni più creative richiede un impegnativo lavoro di decentramento dalla situazione conflittuale in cui si è immersi, che deve poter essere vista dall'esterno per poter trovare soluzioni nuove. Negli ultimi anni si è sempre più contestato il valore positivo della competizione, soprattutto in campo educativo, dimostrando che le strategie cooperative sono potenzialmente più adattive di quelle competitive per il raggiungimento di obiettivi difficili e complessi. Infatti la competizione intesa come superamento e sopraffazione degli altri non rappresenta una strategia vincente rispetto a quella cooperativa. Ma nella competitività si può ritrovare un valore positivo se la competizione viene considerata non come lotta contro gli altri ma contro gli ostacoli e i limiti che la realtà pone. Questo tipo di competizione contribuisce a rafforzare la sicurezza, permettendo l'affermazione di sé e delle proprie capacità. Al contrario la mancanza di ostacoli e di limiti da superare genera personalità fortemente insicure che non hanno mai potuto sperimentare se stesse come attive e capaci di padroneggiare le difficoltà. La lotta contro i limiti è perciò importante per aumentare la sicurezza e quindi indirettamente per diminuire il ricorso all'aggressività.


1- P.CARDONI, Irene e Orbilius, Firenze, Ed. Cultura della Pace, 1992


Elena Mazzanti laureta in pedagogia, attualmente frequenta il terzo anno della scuola di specializzazione in Pedagogia Psicoanalitica presso il C.I.Ps.Ps.I.A.(Centro Italiano di Psicoterapia Psicoanalitica per l'Infanzia e l'Adolescenza); ha collaborato in qualità di educatore con funzioni di coordinamento presso il servizio di Assistenza Domiciliare dell'AIAS prov. di Bologna; attualmente è impegnata come educatrice di asilo nido.



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