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freccia Le News di Ariete

Data: Martedì 6 aprile 2004

Presentazione corsi ed attività in svolgimento dal 23 aprile 2004 presso la Rocca di Malfolle.


Percorso educativo di degustazione del vino, Seminario di improvvisazione teatrale nel bosco di Malfolle, Seminario di Yoga dinamico, Mountain bike ed allenamento, Educazione alla pace: sono alcuni dei corsi che verranno presentati domenica 18 aprile 2004 alla Rocca di Malfolle. Il ritrovo è alle ore 15.00 in via Malfolle n. 20 a Marzabotto. Chi fosse interessato a partecipare può prenotarsi on-line.





Fonte: ARIETE

Autore:
Franco Faggioli

E-mail: info@arieteweb.org





freccia Le News di Ariete

Data: Martedì 6 aprile 2004

Come si gestiscono i giovani calciatori ed i futuri campioni.


COME SI GESTISCONO I GIOVANI CAMPIONI DI CALCIO E IN CHE MODO E’ NECESSARIO LAVORARE PER PREVENIRE UN FENOMENO PREOCCUPANTE COME QUELLO DELL’ABBANDONO SPORTIVO.
UN PROBLEMA CHE RIGUARDA TUTTI, SIA A LIVELLO ALTO CHE AMATORIALE.

SERGIO VATTA
Intervento al Convegno “Studio di Psicologia e Pedagogia applicata allo sport”
(1° Giornata) - Macerata 21 febbraio 2004

Buongiorno a tutti,
prima di affrontare il tema dei giovani campioni sarebbe opportuno fare una considerazione preliminare: nella cultura dei nostri giorni ci riferiamo all’educazione come a un qualcosa di legato esclusivamente alla mente.
D’altro canto, quando si parla di educazione fisica, ogni riferimento è basato principalmente sul funzionamento del corpo.
Il concetto di educazione attraverso lo sport è alquanto recente per poter essere realizzato appieno, ciononostante il calcio sembra possedere tutte le prerogative per educare in quanto gioco e creatività.
Se però il nostro obiettivo è quello di educare attraverso il calcio, dovremo necessariamente partire dall’allievo e dai suoi bisogni, come affermava anche Gramaccioni prima, anziché dall’attività e dai risultati da raggiungere.
Già solo questo sarebbe sufficiente a dare la giusta importanza al calcio, troppo spesso definito, erroneamente, poco formativo. In realtà, il calcio non ha ancora una propria cultura: se escludiamo le conoscenze tecniche e quelle fisico – atletiche, pur notevoli, ci rendiamo conto che il calcio ha potenzialità educative enormi, è un gioco talmente coinvolgente e adatto a tutti da creare le condizioni ideali per sviluppare completamente la personalità dei nostri ragazzi.


Partiamo dal più semplice dei gesti tecnici del calcio: “calciare la palla”.
Esistono un’ infinità di modi per farlo: interno, esterno, di collo, di punta, di tacco ecc… ed è questo semplice gesto tecnico che deve potersi adattare alle caratteristiche fisiche del ragazzo partendo dal presupposto che, con quelli più piccoli, non possiamo mai parlare di gesto tecnico corretto bensì di quello che è più corretto e funzionale per ognuno di loro. Le caratteristiche fisiche dei più piccoli resteranno poi mutevoli per molto tempo e, anche quando il giovane calciatore diventerà adulto, esse si stabilizzeranno in una maturità che avrà come caratteristica la sua diversità rispetto a tutti gli altri.
Il gesto tecnico viene quindi ad assumere un significato pari a quello della parola nei confronti del linguaggio. Come dovremo comportarci noi istruttori del settore giovanile?
Dovremo fare in modo che ogni calciatore impari a parlare calcisticamente il proprio linguaggio, in modo che non risulti una semplice e fredda descrizione meccanica ma esprima anche il carattere e la condotta dello stesso.
L’istruttore dovrà quindi ricordare, nel momento in cui spiega, che non parla ad una gamba ma alla testa del calciatore, evitando di usare un linguaggio scarno, troppo tecnico e verbale perché, così facendo, attiviamo la parte del cervello preposta allo studio. Non si può imparare a giocare a calcio leggendo un libro!
Verso gli 11/12 anni l’allievo dovrebbe avere completato la strutturazione corporea: se anche ciò non avviene, noi, con la nostra esperienza, potremmo far arrivare il ragazzo ad eseguire perfettamente un gesto tecnico, ma sarà come fare memorizzare ad un allievo una poesia in inglese senza che conosca tale lingua.
Essa resterà per lui una cosa vuota perché non ne conosce il contenuto, così come in partita quando,giocando di istinto, lui eseguirà un gesto tecnico con molta difficoltà perché non se ne sarà appropriato.


Questi metodi di insegnamento rischiano di trasformare un gruppo di bambini tutti meravigliosamente diversi in un gruppo di adulti tutti uguali.
Per insegnare, è necessario aggiornarsi e fare ricerca, in modo tale da evolvere: infatti due tecnici, che insegnano lo stesso gesto tecnico, ottengono risultati diversi, proprio perché hanno conoscenze diverse, quindi, per educare attraverso il calcio, dovremo sempre tenere presente che, se è vero che l’insegnamento e l’apprendimento sono complementari, la disponibilità dell’allievo ad imparare è più importante dell’insegnamento. Tutti concetti che ho avuto modo di imparare, e verificare sul campo, durante la lunghissima collaborazione col dott. Vincenzo Prunelli.
Non è detto che l’allenatore più bravo, quello che ha un bagaglio di esperienza maggiore, ottenga risultati migliori, poiché ciò che conta davvero è attivare un passaggio di corrente fra sé e l’allievo. In che modo?
Attraverso la sperimentazione di ogni giorno, andando, quando il clima e l’ambiente sono quelli giusti, alla ricerca di una soluzione propria che, una volta raggiunta, darà sicurezza. Questo metodo è ciò che differenzia maggiormente lo sport dalla scuola normale.
Innanzi tutto la scuola ha generalmente un programma ministeriale prestabilito, mentre lo sport modella l’insegnamento giornalmente verificando i progressi sul campo.
Nella scuola, come nello sport, ricorre la situazione in cui troviamo un maestro da una parte e un gruppo di allievi coetanei dall’altra. La differenza, però, è che nello sport l’allievo ha la possibilità di superare il maestro verso i 16/17 anni, il che procura una sensazione di forte sicurezza.
Al contrario, nella scuola, questa sicurezza non può essere raggiunta nemmeno ottenendo il massimo dei voti in tutte le materie, perché sarà invece la vita stessa a mettere quotidianamente alla prova.
A volte però i bambini, anche quando il clima è quello giusto, hanno difficoltà ad imparare: questo avviene perché il bambino non ha ancora certe strutture mentali per ragionare come noi, quindi, finché stiamo nel gioco e lasciamo che si diverta, senza usare metodi adatti solo agli adulti, non perdiamo l’attenzione del bambino nè prevale la noia.


E’ necessario quindi un metodo d’insegnamento coinvolgente, sotto forma di gioco, che consenta di osservare il bambino come realmente è, senza condizionamenti che ne riducano la creatività.
Passiamo ora alla soglia del professionismo.
La ricerca dei migliori elementi nel settore giovanile italiano è molto difficile, poiché si tratta di un movimento oceanico (nel calcio il movimento è di circa 600.000 tesserati della FIGC).
La conduzione di un gruppo di ragazzi è molto difficile da gestire, poiché gli allenatori devono interessarsi non solo all’aspetto tecnico, ma anche all’aspetto scientifico - psicologico del proprio lavoro.
Inoltre, non bisogna pensare di poter dare delle risposte ai problemi della propria squadra facendo leva unicamente sulle proprie esperienze di calciatori e di allenatori.
Nella maggior parte dei casi si finisce per “robotizzare” i giocatori, allontanandoli da quelle che sono le loro caratteristiche principali, liquidate come “angoli da smussare” e che invece rappresentano quel qualcosa in più da sfruttare al meglio per sviluppare tutte le potenzialità di questi ragazzi, che in realtà sono dei talenti e per questo più difficili da condurre.
L’allenatore, solitamente, punta alla prestazione e al risultato piuttosto che sulla persona, come credo intendesse dire Gramaccioni.
Ma chi è, e come si presenta il talento ?
Il talento è tradizionalmente definito un istintivo scarsamente adattabile alle situazioni che richiedono impegno razionale.


Nel calcio tradizionale il talento è spesso in difficoltà perché temi e schemi vengono sempre imposti, creando in campo più la necessità per ricordarli che la continuità per crearne di nuovi e più efficaci: manca quindi la libertà.
Spesso il talento è tra i meno attenti perché ritiene l’allenamento banale e non accetta nulla che sia in disaccordo con le proprie opinioni.
L’obiettivo del tecnico sarà quindi quello di evidenziare l’importanza della normalità per portare il calciatore al massimo sviluppo delle proprie potenzialità. Questo è molto difficile da attuare.
Prima, però, ho sentito il Senatore che, introducendo la mattinata, ha accennato a Pantani: piuttosto che parlare di lui ,mi rivolgerei alle centinaia e migliaia di bambini tra i quali potrebbe esserci un altro Pantani, facendo in modo che crescano tutti in modo tale da evitare la stessa situazione.
Questo è, secondo me, quello che dobbiamo cercare.
Vediamo ora quali sono i caratteri più importanti osservabili nel gioco del calcio:
1) la capacità di prevedere l’evoluzione di uno schema di gioco;
2) la qualità dell’intervento. Essa è un carattere che viene espresso nell’abilità tecnica di esecuzione, mentre la preparazione e la scelta dei tempi dipende esclusivamente dalle capacità intellettive, che a loro volta dipendono da:
a) capacità di operare la scelta più logica;
b) capacità di scegliere l’intervento che offre maggiori possibilità di proseguire l’azione personale o quello che offre un maggior numero di possibilità ai compagni;
c) capacità di muoversi senza palla per favorire l’intervento dei compagni. Questo è uno dei concetti fondamentali del calcio, ma la sua realizzazione dipende dall’attitudine a cooperare. Ricordiamoci che, durante una partita che dura 90 minuti, non si gioca per più di 60 minuti e, dividendo il tempo per 22 giocatori, vedremo come ogni giocatore giochi la palla per circa 3 minuti;
3) adattamento alle condizioni della partita. Richiede spirito di osservazione, creatività e iniziativa.
Nei tre punti elencati, noi troviamo in pratica tutte le varie componenti dell’intelligenza:
1) l’apprendimento;
2) la capacità di selezione;
3) la creatività.
Il calcio è creatività, offre infinite possibilità di sviluppo e quindi, secondo me, imprigionare i ragazzi con uno schema rigido, che in genere è quello dell’allenatore, giocando su una sua idea, e non sulle 50 possibili che possono dare i ragazzi, è un grossissimo errore, soprattutto a livello giovanile.
Ricordo che, nel Mondiale del ’94, facevo parte dello staff con Sacchi che diceva sempre: “il regista sono io e loro sono gli attori”; io gli rispondevo: “sì, tu sei il regista, ma sei quello che, fra tutti i giocatori che abbiamo qui, ha meno esperienze internazionali, meno conoscenze”.
Non riesco a capire come non si possa dare retta all’idea di gente che ha una grandissima esperienza, per esempio un Baresi, per la paura di mettersi in discussione, alla pari, e di soccombere di fronte ai grandi personaggi.
Diverso è il discorso per i più piccoli, il cui contributo dobbiamo valorizzare anche quando si tratta soltanto di buone intenzioni.
Così facendo, l’allenatore risulterà una figura autorevole, sempre presente, disponibile, sicuro della propria posizione, senza il bisogno di doverla difendere oppure mascherare un’imposizione come se fosse una forma di contributo, evitando di risultare falsi promotori che, apparentemente alla ricerca della collaborazione dei giocatori, in realtà ne chiedono l’adesione.
Per fare gruppo, dentro e fuori dal campo, non basta stare insieme e nemmeno giocare insieme, bensì fare in modo che tutti siano vincolati da norme precise che garantiscano una collaborazione costruttiva.



Ad esempio noi, quando andavamo in ritiro con la Primavera del Torino, organizzavamo lo psicodramma, calandoci ognuno nel ruolo di un altro e riuscendo, in un’ora di discussione, a capire cose che altrimenti nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire. Questo perché, chi entrava nel ruolo dell’allenatore, dopo una prima fase ludica, si calava completamente nella parte esternando concetti molto interessanti.
In un gruppo così gestito è possibile ottenere risultati anche superiori alla somma delle capacità dei singoli.
Purtroppo, in tutta la sua storia, il calcio non ha mai avuto il tempo per interessarsi di ciò che non serve subito. Tutto quello che è programmazione dipende sempre dalla partita giocata, o dalla partita da giocare, talmente importante per la classifica da impedire una serena organizzazione e programmazione.
Eppure non è necessario pensare a chi sa quali stratagemmi per far andare bene le cose: basta insegnare che essere corretti, non simulare, non istigare, non essere violenti, non reclamare in campo, non è una debolezza, ma rende invece più forti e più credibili.
Tuttavia, a volte ci sono giocatori arroganti, ma esistono anche arbitri e allenatori che lo sono altrettanto.
SPESSO L’ARROGANZA NASCONDE UNA FORMA DI INSICUREZZA, ANCHE SE VIENE INTERPRETATA COME FORZA DI CARATTERE.


Per quanto riguarda noi istruttori,
FARSI RISPETTARE NON E’ UNA TECNICA MA UN MODO DI ESSERE,
una posizione che ci viene riconosciuta dagli allievi, che ci stimano e ci rispettano (questo non significa che chi è consapevolmente distruttivo non debba essere messo in riga). Chi ha autorevolezza ottiene stima e consenso, chi è autoritario ottiene solo sottomissione.
Anche l’autoritario può trasmettere norme adatte ad una professionalità concreta, tuttavia non prepara il giocatore ad assumerle e farle proprie e, conseguentemente, non lo motiva a rispettarle.


CHI E’ SERGIO VATTA

Sergio Vatta è nato a Zara (Croazia) il 5 dicembre 1937.
Come allenatore, dopo esperienze "minori" in Serie C e, soprattutto, in Serie D negli anni Sessanta e Settanta, ha raccolto risultati straordinari alla guida dalla Primavera del Torino, con la quale ha vinto: .
Due scudetti: 1985 e 1988 Sei Coppe Italia Primavera: 1983, 1984, 1986, 1988, 1989 e 1990 Quattro edizioni del Torneo di Viareggio: 1984, 1985, 1987 e 1989.
In granata ha lanciato giocatori famosi come Fuser, Lentini, Venturin, Bresciani, Francini, Benedetti, Cravero, Comi, Dino Baggio, Cois, Bobo Vieri, tutti passati dal settore giovanile alla prima squadra.
Nel vivaio del Torino è rimasto dal 1977 al 1991 (con una breve parentesi sulla panchina della prima squadra al termine della stagione 1988-89), per poi entrare nei quadri tecnici federali (come allenatore e responsabile delle naz. giovanili) fino al 1997.
Quindi un'esperienza come allenatore della Nazionale Femminile (1997-1998) e poi responsabile del settore giovanile della Lazio dal 1998 al 2001 (anche qui ha lasciato il segno, con uno scudetto Primavera e uno Giovanissimi).
L'anno scorso era nello staff tecnico del Paok di Salonicco (Grecia).



Fonte: Centro Studi Psicologia dello Sport

Autore:
Sergio Vatta

E-mail: info@arieteweb.org





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Data: Martedì 6 aprile 2004

La gestione delle biglietterie all'interno delle organizzazioni sportive.


LA GESTIONE DELLE BIGLIETTERIE ALL’INTERNO
DELLE ORGANIZZAZIONI SPORTIVE


di EMILIANO BRUNETTI


ABSTRACT

Master Universitario in Economia e
Management delle Organizzazioni Sportive
CARID
Università degli Studi di Ferrara



All’interno delle organizzazioni sportive, sovente nelle realtà minori, si registrano delle criticità afferenti il quadro gestionale di specifiche unità operative, prima fra tutte la biglietteria. Appare oltremodo radicata la convinzione che la biglietteria sia, di fatto, un’unità dell’apparato organizzativo del tutto asettica, o comunque non feconda, per tutto ciò che può essere avvicinabile al concetto di strategia. Se da un lato è innegabile che il servizio conservi una componenente routinaria, dall’altro ci appare quantomai realistica la plasmabilità e la complessità che lo stesso può assumere a secondo del grado e del tipo di strategia che si intende stimolare. A nostro giudizio, infatti, una strategica gestione delle biglietterie permette di inserire un valido tassello in quello che può essere metaforicamente indicato come “mosaico” del marketing mix, essendo in grado di intervenire sui quattro fattori principali:
1.il prezzo;
2.la promozione;
3.la distribuzione;
4.il prodotto.

Crediamo che, in relazione alla variabile prezzo, sia elementare comprendere il rapporto fra la gestione della biglietteria e l’approccio che si intende seguire circa le politiche di prezzo. Basti pensare ai concetti di differenziazione/segmentazione dei consumatori in relazione alle cosiddette fasce di qualità.
In relazione al secondo fattore siamo convinti che mediante l’organizzazione di iniziative, il consolidamento di convenzioni e l’implementazione del partenariato si possa intervenire sui target inattivi, sulla fidelizzazione dei clienti, sulla valorizzazione dell’immagine e sull’irrobustimento di sinergie commerciali fra l’organizzazione sportiva e i terzi.
La distribuzione rappresenta un’ulteriore variabile sulla quale poter agire in ottica manageriale; lo sviluppo dell’e-ticketing rappresenta uno strumento di transazione ancora ad uno stadio embrionale sebbene detenga potenzialità di assoluto valore, prima fra tutte l’abbattimento delle barriere dello spazio tramite il mercato virtuale del web. I canali di distribuzione stanno gradualmente seguendo un sentiero di out-sourcing in cui viene ad essere privilegiata l’esternalizzazione tramite le rivendite, mediante le quali, oltre a perseguire l’alleggerimento degli oneri connessi all’eventuale gestione diretta del servizio, viene ad essere implementato il concetto di partnership.
Infine, in merito alla variabile prodotto occorre precisare che la capacità di incidenza tramite la biglietteria si esaurisce nelle cosiddette prestazioni secondarie (prenotazioni, prelazioni, servizi accessori etc.) che, di fatto, competono a definire il quadro qualitativo dell’offerta.
Reputiamo sia doveroso pertanto, anche nelle realtà non “top level”, superare la concezione restrittiva di biglietteria quale unità organizzativa alla quale viene ad essere riconosciuta una mera funzione mansionatoria; crediamo infatti che molte delle potenzialità strategiche implicite nelle biglietterie vengano ad essere spesso ignorate e quindi lasciate improduttive.
Indubbiamente l’entrata in vigore, a partire da ottobre 2003, della normativa DPR 544/99 che ha introdotto le “biglietterie automatiche” e riformato la certificazione dei corrispettivi per gli operatori dello spettacolo, non ha fatto altro che fornire un ulteriore stimolo alle organizzazioni sportive verso la tecnologizzazione del servizio e verso un interfacciamento fondato sul concetto di e-government fra i contribuenti (le organizzazioni stesse) ed i pubblici uffici.
Concludendo, la “moderna” biglietteria dovrà, a nostro giudizio, essere ritenuta parte integrante delle strategie di marketing e necessiterà di essere diretta da una figura manageriale in grado di assicurare ai vertici dell’organizzazione un fattivo feedback tale da permettere un valido ritorno esperienziale da utilizzare in chiave strategica.



Fonte: Abstract di tesi universitaria

Autore:
Emiliano Brunetti

E-mail: emiliano_brunetti@libero.it





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Data: Martedì 6 aprile 2004

Allenamento alla ginnastica artistica


ALLENAMENTO ALLA GINNASTICA ARTISTICA

La ginnastica artistica è una disciplina sportiva in cui vi è un susseguirsi continuo di appoggi dalle gambe alle braccia e viceversa, con e senza fase di volo, ai diversi attrezzi (volteggio, parallele, trave e corpo libero).
Gli obiettivi di seguito esposti sono quelli che mi sono posta quando ho iniziato ad allenare un gruppo di bambine dagli 8 ai 10 anni. Questo gruppo che seguo ancora oggi dal 1999 è composto da cinque ragazze di 12, 13, 14 e 17 anni. Ragazze che si allenano 4 giorni alla settimana per un totale di 11 ore. Partecipano a gare all’interno della Federazione Ginnastica d’Italia sia a livello individuali che di squadra.
Il lavoro svolto con il gruppo di ginnaste inerente alla psicologia dello sport riguarda gli obiettivi che seguono e che andrò a spiegare.


1. Diventare consapevoli dell’effetto dell’allenamento sulle capacità fisiche e tecniche

Per raggiungere questi obiettivi ho fatto uso di diversi mezzi quali:
Test fisici
Test tecnici
Telecamera
Televisione


Durante il primo anno sono state sottoposte regolarmente a dei test fisici e tecnici e questi ultimi ripresi con la telecamera.
In principio è stato sottoposto un test sulle capacità fisiche indispensabili alla realizzazione dei gesti motori ginnici di base (vedi obiettivo numero 2).I test fisici dopo quello iniziale hanno avuto luogo ogni tre settimane (perché la programmazione fisica la facevo su tre settimane), mentre quelli tecnici ogni quattro. Il test fisico è rimasto lo stesso per poter quantificare il miglioramento mentre quello tecnico è cambiato mano a mano che il loro bagaglio tecnico cresceva.
Il mio obiettivo era quello che ci rendessimo conto dei miglioramenti quando c’erano e dell’effetto dell’allenamento sulla prestazione. Un secondo obiettivo per i test tecnici ripresi con la telecamera era che ogni bambina potesse vedere il proprio corpo in azione. Quindi potesse collegare alle sensazioni corporee un’immagine e verificare che quest’ultima si avvicinasse al gesto motorio preso come riferimento (un disegno del gesto tecnico).

Da quando il loro bagaglio tecnico è migliorato e si è ampliato la scelta di apprendimento di gesti tecnici specifici viene fatta da loro con il mio aiuto. Lavorano dei gesti che ritengono di essere in grado di realizzare a breve/medio termine (consapevolezza delle proprie capacità e nel caso di fallimento consapevolezza dei propri limiti) e anche elementi che realizzeranno nei prossimi anni. La ricerca di questi elementi viene fatta sul Codice dei Punteggi dove sono raccolti tutti i gesti tecnici valutati in gara (in questo modo si ampliano le loro conoscenze della disciplina).

2. Integrare gli schemi motori di base della GAF e definire il senso di rotazione

La ginnastica artistica è uno sport in cui la rotazione longitudinale è presente a tuti gli attrezzi e la definizione del senso di rotazione nelle diverse situazioni della disciplina (in piedi, agli attrezzi, in appoggio sulle mani, in sospensione, ecc.) è stato fatto molto presto.
Un’altro obiettivo iniziale era che avessero una motricità di base molto ampia in modo da poter realizzare più avanti un grande numero di difficoltà. I gesti motori lavorati sono stati quelli indispensabili alla ginnastica artistica:


Antepulsione
Retropulsione
Apertura
Chiusura
Rotazione avanti
Rotazione dietro
Rotazioni longitudinali
Combinazione di rotazioni
Tenuta del corpo tesa, courbette avanti e dietro
Spinta simultanea gambe e/o braccia
Spinta alternata gambe e/o braccia
Mani, bacino e spalle in verticale
Correre (esercizi presi dall’atletica)
Saltare (esercizi presi dalla danza classica)
Cadere
e loro combinazioni a tutti gli attrezzi.


E’ inoltre importante imparare a conoscere gli attrezzi (sopra, sotto, davanti, dietro, la consistenza, l’elasticità o durezza, ecc.) in modo che diventino per loro uno spazio noto in cui sanno muoversi con sicurezza ed agilità.

Una volta cresciute tecnicamente gli schemi motori di base, per es. la capovolta avanti (rotazione avanti), vengono sostituiti da altri più complessi, in questo caso il salto mortale avanti.

3. Instaurare una comunicazione

TRA DI NOI:
Ogni bambina da sempre ha voce in capitolo. C’è sempre stato dialogo nell’allenamento. Significa che dubbi, incertezze, chiarimenti, divergenze vengono dette liberamente. E’ consuetudine che quando c’è qualcosa che non piace o ferisce o non va nel comportamento dell’altra lo si dice.
Il dialogo in due direzioni è stato istaurato dal primo anno iniziando con una scheda giornaliera di valutazione ed autovalutazione dell’allenamento.
Ovvero ogni ginnasta aveva da compilare una scheda in cui erano segnati gli attrezzi lavorati quel giorno, il suo comportamento, il mio comportamento e l’insieme dell’allenamento. L’allenamento veniva valutato da entrambe le parti nonché i rispettivi comportamenti, pertanto il dialogo si è aperto nei due sensi. Inoltre loro vivono direttamente la ginnastica e possono quindi darmi e darsi dei consigli a cui non penso.
Il dialogo allenatrice-ginnaste è molto buono, mentre quello ginnasta-ginnasta è scarso.

TRA DI LORO:
Da qualche tempo tendono a coinvolgermi come tramite per dirsi cose sgradevoli tra di loro. Per evitare questa situazione sto lavorando con loro sulla coesione del gruppo per raggiungere i seguenti obiettivi:
a.Che i pregi del singolo diventino una forza per la squadra;
b.consapevolezza da parte dell’individuo dell’effetto delle proprie azioni positive e negative sull’altra e sul gruppo;
c.imparare a dire quello che va e quello che non va.

1.Dopo un’incomprensione generale è stato fatto il seguente esercizio (preceduto da una breve introduzione sull’importanza di dirsi le cose):
Ogni individuo del gruppo, io compresa, ha dovuto dire per ognuna una caratteristica che gli piace. L’esercizio ha suscitato molto interesse, ma quello che temevano era quando avrebbero dovuto dire l’aspetto negativo.
OBIETTIVO: riconoscere nell’arrabbiatura una cosa positiva nell’altra persona

2. Dopo due ore di allenamento e molto stanche:
Esercizi di rilassamento sulla respirazione a coppie cercando di adattare il proprio ritmo respiratorio all’altro. Esercizi di rilassamento: sentire le tensioni nel corpo, poi contrarre e rilasciare.
OBIETTIVO: creare un nuovo contatto tra di loro tramite il linguaggio del corpo

3. Gioco: sorteggiando il nome di una compagna imitarne una caratteristica al di fuori della ginnastica; le altre indovinano. Molto difficile per alcune.
OBIETTIVO: ricerca di una caratteristica dell’altra al di fuori della ginnastica

4. A coppie, presentarsi a vicenda al di fuori della ginnastica.In seguito l’individuo A presenta agli altri l’individuo B.
OBIETTIVO: valutare il grado di attenzione che hanno quando parla un’altra persona, imparare a conoscere altre cose dell’altra persona
5.Scambiarsi i ruoli (allenatore, ginnasta, presidente, segretaria, ecc.) e definire quali sono gli obiettivi di ogni nuova individualità e che cosa pretenderebbero dagli altri per arrivare ad un obiettivo comune definito.
OBIETTIVO: cercare di immedesimarsi nell’altra persona e capire il perché delle sue azioni

6.In gruppo a due settimana da una gara comparare le proprie sensazioni, emozioni, dubbi per ricevere dei consigli dagli altri componenti del gruppo o semplicemente per condividere le proprie emozioni
OBIETTIVO: che il gruppo apporti un aiuto ad ogni elemento della squadra condividendo i propri vissuti e le proprie strategie di gestione delle emozioni

PER RICONOSCERE I CANALI SENSORIALI DI PREDILEZIONE E MIGLIORARE GLI ALTRI
Ogni volta che devo insegnare o correggere un gesto motorio la domanda è la seguente: “TE LO DEVO SPIEGARE, FAR VEDERE O FAR FARE?” – Rispondendo a questa domanda (sanno farlo già dai 5 anni) sono in grado di sapere da subito quale o quali sono i canali sensoriali di predilezione dell’individuo per acquisire e trattare le informazioni. Se lo devo spiegare sono persone che funzionano con l’udito, far vedere prediligono la visione e far fare funzionano a sensazioni corporee.
Il mio obiettivo è quello di passare da una predilezione della VISIONE, UDITO, SENSAZIONE TATTILE ESTERNA al canale CINESTETICO INTERNO, in questo modo hanno dei riferimenti interni a loro che si possono portare ovunque e non c’è campo di gara che ‘disorienti’.
Per fare questo i primi approcci sono dei giochi in cui devono ripristinare una posizione data, aiutate all’inizio dallo specchio e poi senza, facendo riferimento alle proprie sensazioni.


PER AVERE UN LINGUAGGIO COMUNE
Per fare in modo che quando parliamo di un dato gesto tecnico o una data posizione del corpo parliamo esattamente della stessa cosa faccio uso di disegni (che posso coadiuvare di una spiegazione o farlo fare). Questo perché i nostri punti di riferimento siano gli stessi e affinché non ci siano incomprensioni sui successivi gesti tecnici da imparare. Questo riduce notevolmente le incomprensione e permette di guadagnare tempo nelle correzioni o spiegazioni.



4. Limiti

I limiti possibili di questo modo di porsi sono sostanzialmente due per quanto riguarda la mia esperienza.
Il primo è che ‘rispettando’ troppo i tempi dell’individuo si rallenti un po’ troppo l’apprendimento tecnico. E’ importante sapere spronare l’individuo quando è pronto, perché a volte non se ne rende conto o necessita di una spinta esterna. Ed allenarsi è spostare la barra dei propri limiti sempre un po’ più lontano.
Il ‘secondo’ è che bisogna ricordarsi che l’allenatore rimane uno, deve ascoltare gli atleti ma è lui che ha le competenze per organizzare l’allenamento e gestirlo, integrando le esigenze ed i consigli dei singoli. L’allenatore deve restare il riferimento altrimenti si rischia la confusione e non si capiscono più i ruoli degli individui.



Fonte: Centro Studi Psicologia dello Sport

Autore:
Chiara Nardini

E-mail: info@arieteweb.org





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Data: Giovedì 12 febbraio 2004

Prima giornata di studio sulla psicologia e pedagogia applicata allo sport.


Con il patrocinio del Coni, della Provincia di Macerata, del Comune di Macerata, del Ministero di Sport e Cultura

Centro Regionale di Psicologia dello Sport

presenta :

1° Giornata di studi sulla
psicologia e pedagogia applicata allo sport


Sabato 21 Febbraio 2004
Macerata
Cinema Italia
Ore 9.30
Ingresso libero

La giornata è rivolta a tutti gli operatori ed appassionati del settore sportivo.

I temi trattati saranno :
Elementi pratici di psicologia dello sport utili agli operatori sportivi
La prevenzione dell'abbandono e il giusto equilibrio di aspettative sui giovani atleti
L'educazione e la formazione come contributo del calcio giovanile
Il contributo della pedagogia nell'insegnamento e nell'apprendimento dello sport
Gli argomenti sviluppati nei gruppi tematici saranno :
Il rapporto con i genitori dei giovani atleti
L'educazione e l'insegnamento possibili attraverso lo sport

Domande e risposte ad un allenatore e ad un atleta professionista

Relatori :
Sergio Vatta allenatore settori giovanili calcio
Dott Vincenzo Prunelli psicologo dello sport
Dott Barbara Rossi psicologa dello sport
Dott Gianfranco Gramaccioni medico e psicologo dello sport
Dott Agostino Basile pedagogista
Franco Faggioli dirigente sportivo
Tania Belvederesi atleta ciclismo
Gloria Pizzichini atleta tennis



Fonte: Centro Regionale di Psicologia dello Sport - Macerata

Autore:
Barbara Rossi

E-mail: info@arieteweb.org





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