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COME SI GESTISCONO I GIOVANI CAMPIONI DI CALCIO E IN CHE MODO E’ NECESSARIO LAVORARE PER PREVENIRE UN FENOMENO PREOCCUPANTE COME QUELLO DELL’ABBANDONO SPORTIVO. UN PROBLEMA CHE RIGUARDA TUTTI, SIA A LIVELLO ALTO CHE AMATORIALE.
SERGIO VATTA Intervento al Convegno “Studio di Psicologia e Pedagogia applicata allo sport” (1° Giornata) - Macerata 21 febbraio 2004
Buongiorno a tutti, prima di affrontare il tema dei giovani campioni sarebbe opportuno fare una considerazione preliminare: nella cultura dei nostri giorni ci riferiamo all’educazione come a un qualcosa di legato esclusivamente alla mente. D’altro canto, quando si parla di educazione fisica, ogni riferimento è basato principalmente sul funzionamento del corpo. Il concetto di educazione attraverso lo sport è alquanto recente per poter essere realizzato appieno, ciononostante il calcio sembra possedere tutte le prerogative per educare in quanto gioco e creatività. Se però il nostro obiettivo è quello di educare attraverso il calcio, dovremo necessariamente partire dall’allievo e dai suoi bisogni, come affermava anche Gramaccioni prima, anziché dall’attività e dai risultati da raggiungere. Già solo questo sarebbe sufficiente a dare la giusta importanza al calcio, troppo spesso definito, erroneamente, poco formativo. In realtà, il calcio non ha ancora una propria cultura: se escludiamo le conoscenze tecniche e quelle fisico – atletiche, pur notevoli, ci rendiamo conto che il calcio ha potenzialità educative enormi, è un gioco talmente coinvolgente e adatto a tutti da creare le condizioni ideali per sviluppare completamente la personalità dei nostri ragazzi.
Partiamo dal più semplice dei gesti tecnici del calcio: “calciare la palla”. Esistono un’ infinità di modi per farlo: interno, esterno, di collo, di punta, di tacco ecc… ed è questo semplice gesto tecnico che deve potersi adattare alle caratteristiche fisiche del ragazzo partendo dal presupposto che, con quelli più piccoli, non possiamo mai parlare di gesto tecnico corretto bensì di quello che è più corretto e funzionale per ognuno di loro. Le caratteristiche fisiche dei più piccoli resteranno poi mutevoli per molto tempo e, anche quando il giovane calciatore diventerà adulto, esse si stabilizzeranno in una maturità che avrà come caratteristica la sua diversità rispetto a tutti gli altri. Il gesto tecnico viene quindi ad assumere un significato pari a quello della parola nei confronti del linguaggio. Come dovremo comportarci noi istruttori del settore giovanile? Dovremo fare in modo che ogni calciatore impari a parlare calcisticamente il proprio linguaggio, in modo che non risulti una semplice e fredda descrizione meccanica ma esprima anche il carattere e la condotta dello stesso. L’istruttore dovrà quindi ricordare, nel momento in cui spiega, che non parla ad una gamba ma alla testa del calciatore, evitando di usare un linguaggio scarno, troppo tecnico e verbale perché, così facendo, attiviamo la parte del cervello preposta allo studio. Non si può imparare a giocare a calcio leggendo un libro! Verso gli 11/12 anni l’allievo dovrebbe avere completato la strutturazione corporea: se anche ciò non avviene, noi, con la nostra esperienza, potremmo far arrivare il ragazzo ad eseguire perfettamente un gesto tecnico, ma sarà come fare memorizzare ad un allievo una poesia in inglese senza che conosca tale lingua. Essa resterà per lui una cosa vuota perché non ne conosce il contenuto, così come in partita quando,giocando di istinto, lui eseguirà un gesto tecnico con molta difficoltà perché non se ne sarà appropriato.
Questi metodi di insegnamento rischiano di trasformare un gruppo di bambini tutti meravigliosamente diversi in un gruppo di adulti tutti uguali. Per insegnare, è necessario aggiornarsi e fare ricerca, in modo tale da evolvere: infatti due tecnici, che insegnano lo stesso gesto tecnico, ottengono risultati diversi, proprio perché hanno conoscenze diverse, quindi, per educare attraverso il calcio, dovremo sempre tenere presente che, se è vero che l’insegnamento e l’apprendimento sono complementari, la disponibilità dell’allievo ad imparare è più importante dell’insegnamento. Tutti concetti che ho avuto modo di imparare, e verificare sul campo, durante la lunghissima collaborazione col dott. Vincenzo Prunelli. Non è detto che l’allenatore più bravo, quello che ha un bagaglio di esperienza maggiore, ottenga risultati migliori, poiché ciò che conta davvero è attivare un passaggio di corrente fra sé e l’allievo. In che modo? Attraverso la sperimentazione di ogni giorno, andando, quando il clima e l’ambiente sono quelli giusti, alla ricerca di una soluzione propria che, una volta raggiunta, darà sicurezza. Questo metodo è ciò che differenzia maggiormente lo sport dalla scuola normale. Innanzi tutto la scuola ha generalmente un programma ministeriale prestabilito, mentre lo sport modella l’insegnamento giornalmente verificando i progressi sul campo. Nella scuola, come nello sport, ricorre la situazione in cui troviamo un maestro da una parte e un gruppo di allievi coetanei dall’altra. La differenza, però, è che nello sport l’allievo ha la possibilità di superare il maestro verso i 16/17 anni, il che procura una sensazione di forte sicurezza. Al contrario, nella scuola, questa sicurezza non può essere raggiunta nemmeno ottenendo il massimo dei voti in tutte le materie, perché sarà invece la vita stessa a mettere quotidianamente alla prova. A volte però i bambini, anche quando il clima è quello giusto, hanno difficoltà ad imparare: questo avviene perché il bambino non ha ancora certe strutture mentali per ragionare come noi, quindi, finché stiamo nel gioco e lasciamo che si diverta, senza usare metodi adatti solo agli adulti, non perdiamo l’attenzione del bambino nè prevale la noia.
E’ necessario quindi un metodo d’insegnamento coinvolgente, sotto forma di gioco, che consenta di osservare il bambino come realmente è, senza condizionamenti che ne riducano la creatività. Passiamo ora alla soglia del professionismo. La ricerca dei migliori elementi nel settore giovanile italiano è molto difficile, poiché si tratta di un movimento oceanico (nel calcio il movimento è di circa 600.000 tesserati della FIGC). La conduzione di un gruppo di ragazzi è molto difficile da gestire, poiché gli allenatori devono interessarsi non solo all’aspetto tecnico, ma anche all’aspetto scientifico - psicologico del proprio lavoro. Inoltre, non bisogna pensare di poter dare delle risposte ai problemi della propria squadra facendo leva unicamente sulle proprie esperienze di calciatori e di allenatori. Nella maggior parte dei casi si finisce per “robotizzare” i giocatori, allontanandoli da quelle che sono le loro caratteristiche principali, liquidate come “angoli da smussare” e che invece rappresentano quel qualcosa in più da sfruttare al meglio per sviluppare tutte le potenzialità di questi ragazzi, che in realtà sono dei talenti e per questo più difficili da condurre. L’allenatore, solitamente, punta alla prestazione e al risultato piuttosto che sulla persona, come credo intendesse dire Gramaccioni. Ma chi è, e come si presenta il talento ? Il talento è tradizionalmente definito un istintivo scarsamente adattabile alle situazioni che richiedono impegno razionale.
Nel calcio tradizionale il talento è spesso in difficoltà perché temi e schemi vengono sempre imposti, creando in campo più la necessità per ricordarli che la continuità per crearne di nuovi e più efficaci: manca quindi la libertà. Spesso il talento è tra i meno attenti perché ritiene l’allenamento banale e non accetta nulla che sia in disaccordo con le proprie opinioni. L’obiettivo del tecnico sarà quindi quello di evidenziare l’importanza della normalità per portare il calciatore al massimo sviluppo delle proprie potenzialità. Questo è molto difficile da attuare. Prima, però, ho sentito il Senatore che, introducendo la mattinata, ha accennato a Pantani: piuttosto che parlare di lui ,mi rivolgerei alle centinaia e migliaia di bambini tra i quali potrebbe esserci un altro Pantani, facendo in modo che crescano tutti in modo tale da evitare la stessa situazione. Questo è, secondo me, quello che dobbiamo cercare. Vediamo ora quali sono i caratteri più importanti osservabili nel gioco del calcio: 1) la capacità di prevedere l’evoluzione di uno schema di gioco; 2) la qualità dell’intervento. Essa è un carattere che viene espresso nell’abilità tecnica di esecuzione, mentre la preparazione e la scelta dei tempi dipende esclusivamente dalle capacità intellettive, che a loro volta dipendono da: a) capacità di operare la scelta più logica; b) capacità di scegliere l’intervento che offre maggiori possibilità di proseguire l’azione personale o quello che offre un maggior numero di possibilità ai compagni; c) capacità di muoversi senza palla per favorire l’intervento dei compagni. Questo è uno dei concetti fondamentali del calcio, ma la sua realizzazione dipende dall’attitudine a cooperare. Ricordiamoci che, durante una partita che dura 90 minuti, non si gioca per più di 60 minuti e, dividendo il tempo per 22 giocatori, vedremo come ogni giocatore giochi la palla per circa 3 minuti; 3) adattamento alle condizioni della partita. Richiede spirito di osservazione, creatività e iniziativa. Nei tre punti elencati, noi troviamo in pratica tutte le varie componenti dell’intelligenza: 1) l’apprendimento; 2) la capacità di selezione; 3) la creatività. Il calcio è creatività, offre infinite possibilità di sviluppo e quindi, secondo me, imprigionare i ragazzi con uno schema rigido, che in genere è quello dell’allenatore, giocando su una sua idea, e non sulle 50 possibili che possono dare i ragazzi, è un grossissimo errore, soprattutto a livello giovanile. Ricordo che, nel Mondiale del ’94, facevo parte dello staff con Sacchi che diceva sempre: “il regista sono io e loro sono gli attori”; io gli rispondevo: “sì, tu sei il regista, ma sei quello che, fra tutti i giocatori che abbiamo qui, ha meno esperienze internazionali, meno conoscenze”. Non riesco a capire come non si possa dare retta all’idea di gente che ha una grandissima esperienza, per esempio un Baresi, per la paura di mettersi in discussione, alla pari, e di soccombere di fronte ai grandi personaggi. Diverso è il discorso per i più piccoli, il cui contributo dobbiamo valorizzare anche quando si tratta soltanto di buone intenzioni. Così facendo, l’allenatore risulterà una figura autorevole, sempre presente, disponibile, sicuro della propria posizione, senza il bisogno di doverla difendere oppure mascherare un’imposizione come se fosse una forma di contributo, evitando di risultare falsi promotori che, apparentemente alla ricerca della collaborazione dei giocatori, in realtà ne chiedono l’adesione. Per fare gruppo, dentro e fuori dal campo, non basta stare insieme e nemmeno giocare insieme, bensì fare in modo che tutti siano vincolati da norme precise che garantiscano una collaborazione costruttiva.
Ad esempio noi, quando andavamo in ritiro con la Primavera del Torino, organizzavamo lo psicodramma, calandoci ognuno nel ruolo di un altro e riuscendo, in un’ora di discussione, a capire cose che altrimenti nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire. Questo perché, chi entrava nel ruolo dell’allenatore, dopo una prima fase ludica, si calava completamente nella parte esternando concetti molto interessanti. In un gruppo così gestito è possibile ottenere risultati anche superiori alla somma delle capacità dei singoli. Purtroppo, in tutta la sua storia, il calcio non ha mai avuto il tempo per interessarsi di ciò che non serve subito. Tutto quello che è programmazione dipende sempre dalla partita giocata, o dalla partita da giocare, talmente importante per la classifica da impedire una serena organizzazione e programmazione. Eppure non è necessario pensare a chi sa quali stratagemmi per far andare bene le cose: basta insegnare che essere corretti, non simulare, non istigare, non essere violenti, non reclamare in campo, non è una debolezza, ma rende invece più forti e più credibili. Tuttavia, a volte ci sono giocatori arroganti, ma esistono anche arbitri e allenatori che lo sono altrettanto. SPESSO L’ARROGANZA NASCONDE UNA FORMA DI INSICUREZZA, ANCHE SE VIENE INTERPRETATA COME FORZA DI CARATTERE.
Per quanto riguarda noi istruttori, FARSI RISPETTARE NON E’ UNA TECNICA MA UN MODO DI ESSERE, una posizione che ci viene riconosciuta dagli allievi, che ci stimano e ci rispettano (questo non significa che chi è consapevolmente distruttivo non debba essere messo in riga). Chi ha autorevolezza ottiene stima e consenso, chi è autoritario ottiene solo sottomissione. Anche l’autoritario può trasmettere norme adatte ad una professionalità concreta, tuttavia non prepara il giocatore ad assumerle e farle proprie e, conseguentemente, non lo motiva a rispettarle.
CHI E’ SERGIO VATTA
Sergio Vatta è nato a Zara (Croazia) il 5 dicembre 1937. Come allenatore, dopo esperienze "minori" in Serie C e, soprattutto, in Serie D negli anni Sessanta e Settanta, ha raccolto risultati straordinari alla guida dalla Primavera del Torino, con la quale ha vinto: . Due scudetti: 1985 e 1988 Sei Coppe Italia Primavera: 1983, 1984, 1986, 1988, 1989 e 1990 Quattro edizioni del Torneo di Viareggio: 1984, 1985, 1987 e 1989. In granata ha lanciato giocatori famosi come Fuser, Lentini, Venturin, Bresciani, Francini, Benedetti, Cravero, Comi, Dino Baggio, Cois, Bobo Vieri, tutti passati dal settore giovanile alla prima squadra. Nel vivaio del Torino è rimasto dal 1977 al 1991 (con una breve parentesi sulla panchina della prima squadra al termine della stagione 1988-89), per poi entrare nei quadri tecnici federali (come allenatore e responsabile delle naz. giovanili) fino al 1997. Quindi un'esperienza come allenatore della Nazionale Femminile (1997-1998) e poi responsabile del settore giovanile della Lazio dal 1998 al 2001 (anche qui ha lasciato il segno, con uno scudetto Primavera e uno Giovanissimi). L'anno scorso era nello staff tecnico del Paok di Salonicco (Grecia).
Fonte: Centro Studi Psicologia dello Sport
Autore:
Sergio Vatta
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